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25 settembre 2026

Nel 1969 Laurence J. Peter e Raymond Hull elaborarono questa teoria: si tende a promuovere una persona sulla base delle capacità dimostrate nel ruolo che occupa, finché non arriva in una posizione che richiede competenze completamente diverse. Ma c’è anche una questione sociale dietro. Nelle aziende la promozione non è soltanto uno strumento organizzativo: è salario, prestigio, riconoscimento, status. La carriera viene ancora immaginata come una scala da salire. Così un ottimo tecnico, venditore o operaio, per essere “premiato”, viene spesso allontanato proprio dal mestiere nel quale eccelleva e trasformato in manager. E non è una roba degli anni Sessanta. Nel 2019 Alan Benson, Danielle Li e Kelly Shue hanno analizzato di 131 aziende: i risultati mostrano che le imprese tendevano a premiare i venditori con le performance migliori, anche quando altre caratteristiche erano più indicative della futura capacità manageriale. Esatto, come dice il Principio di Peter. Il punto, quindi, non è sostenere che “i capi sono incapaci”. Né che ogni promozione sia sbagliata. Il paradosso è che le aziende continuano spesso a usare la promozione come ricompensa per ciò che una persona ha fatto, anziché come selezione per ciò che dovrà fare. E quando ammettere un errore organizzativo diventa più costoso che mantenerlo, la gerarchia rischia di iniziare a proteggere sé stessa. A cura di Francesco Bitrix #lavoro #lavorare #capo #ufficio #azienda

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