Sadegh Bagheri, il pescivendolo ballerino, non piace agli Ayatollah

Sadegh Bagheri, il pescivendolo ballerino

Sadegh Bagheri, pescivendolo ballerino della città di Rasht in Iran, è stato arrestato perché ballava davanti al suo banco del pesce. In realtà, quello di  Sadegh Bagheri, più conosciuto come “Zio Sadegh”, non era per nulla un ballo ”sovversivo”, ma una trovata divertente per attrarre i clienti al suo banchetto. Dopo l’arresto, condotto dai famigerati “pasdaran del popolo”, nella cittadina sul Mar Caspio si è propagata un’ondata di canti e balli di solidarietà per “Zio Sadegh”.

 

Iran, il Paese dove la gioia in pubblico è proibita

Il regime iraniano non tollera le manifestazioni di gioia in pubblico, poiché ritenute “sconvenienti”. Il ballo, specie se praticato in pubblico da donne, è vietato. Gli Iraniani, per sfuggire a queste regole, pubblicano i video delle loro esibizioni su Instagram e su TikTok. Per loro, la danza e le manifestazioni di gioia in pubblico sono gli unici strumenti di disobbedienza civile a disposizione. Un modo per combattere l’ipocrisia di un regime che ne consente la pratica ma solo nel chiuso delle mura di casa, lontani da occhi indiscreti.

Anche “Zio Sadegh” non è sfuggito a questa valvola di sfogo e ha prodotto dei  video che lo ritraggono mentre balla tra le bancarelle di pesce fresco. Tuttavia, il suo mix di marketing e divertimento non è sfuggito agli occhi della “polizia morale” che lo ha arrestato,  sigillato i i suoi banchetti del pesce e chiuso il suo account Instagram.

Il risultato? Ora, in tutte le città dell’Iran, si balla per le strade al ritmo della danza di Bagheri; una gigantesca esplosione di disobbedienza civile che il regime fatica a contenere.

 

Sadegh bagheri e la disobbedienza civile in Iran 

Il ballo di “Zio Sadegh” è, in ordine di tempo, solo l’ultimo di una serie di simboli di protesta usati per la liberazione dell’Iran dalla feroce repressione della Repubblica Islamica. I giovani che protestano per le strade delle principali città contro il regime urlano “Non potete rubare la nostra felicità!”.

Probabilmente, Bagheri  voleva solo attirare i clienti al suo banchetto del pesce, ma la sua felicità travolgente si è presto trasformata in un simbolo di liberazione.  Ora, ai video di Bagheri che danza al mercato si sono aggiunti quelli di tanti giovani che danzano per le strade e il regime stenta a porvi un freno.

Il feroce regime iraniano reprime in ogni modo queste manifestazioni civili, mosso dalla volontà di inculcare nella popolazione tristezza, passività e cieca obbedienza alle autorità religiose. La pubblica allegria è una costante minaccia per il regime autoritario che basa il consenso sulla repressione, sul dolore, sulla minaccia verso i dissidenti.

L’ondata di proteste civili: da Mahsa Amini a Bagheri

La rivolta scoppia dopo la barbara uccisione di Mahsa Amini

L’ondata di proteste civili in Iran ebbe inizio dopo la barbara uccisione Mahsa Amini. Compiuta lo sorso dicembre per mano della “polizia morale”, l’uccisione scatenò l’ondata di proteste delle donne. Lo slogan “Donna Vita Libertà”, urlato dalle donne nelle piazze iraniane, è diventato il simbolo di protesta di tutte le donne del mondo.

Mahsa Amini, ventiduenne curda, fu uccisa a botte dalla polizia religiosa perché indossava male il velo. Dopo l’uccisione, scoppiarono violente rivolte che registrarono numerosi uccisioni e carcerazioni. Nelle strade delle principali città un fiume di donne protestarono bruciando gli jihab in nome della libertà. Nel reprimere la rivolta, la polizia ricorse a ogni brutale mezzo, comprese le menomazioni fisiche, che vennero occultate dalla autorità giudiziaria o derubricate a semplici incidenti o suicidi.

Il mancato rispetto delle regole ferree dell’uso del velo da parte delle donne iraniane è punito in molti modi. A chi trasgredisce si applicano forti discriminazioni: divieto di accesso al lavoro, all’istruzione, alle cure mediche, ai servizi pubblici fino al sequestro dei beni e alla carcerazione.

L’amnistia di febbraio 2023

In occasione del 44° anniversario della vittoria della rivoluzione islamica dell’11 febbraio del 1979, Ali Khamenei annunciò la grazia per i carcerati. Le migliaia di donne e uomini arrestati durante le manifestazioni di piazza o per aver indossato male il velo beneficiarono del provvedimento di grazia. In realtà, il regime fu costretto a svuotare le carceri diventate ormai stracolme per la presenza delle migliaia di manifestanti carcerati.

La repressione non si ferma

A oltre un anno dall’omicidio di Mahsa Amini non esistono statistiche ufficiali sul numero degli arresti e delle proteste in Iran in quanto non diffusi dal regime.  Secondo una ricerca dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dalla morte di Amini si sono registrati: 4.429 manifestazioni, 22.110 arresti,  637 uccisioni. Il numero degli arresti e dei morti, tra cui  79 minori, è impressionante, a testimonianza della feroce repressione del regime. Ciò nonostante, il controllo repressivo del regime, anche a fronte di  certa diminuzione delle proteste verificatasi negli ultimi mesi, non si è fermato.

Lo scorso ottobre, la sedicenne Armita Geravand muore a causa delle percosse inflittale dalla ”polizia morale” nella metro di Teheran perché non indossava il velo.  La studentessa muore dopo un mese di coma per trauma cranico. Le autorità hanno negato  le responsabilità della polizia, finché non è spuntato un video che ha mostrato la realtà dei fatti.

“Donna, vita, libertà” e il premio Sakharov

Lo scorso 12 dicembre, a Strasburgo è stato assegnato il Premio Sacharov per la libertà di pensiero alle attiviste iraniane del movimento “Donna Vita Libertà”. La presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, ha affermato: “Jina Mahsa Amini ha dato la vita per difendere le donne in Iran e oggi ricordiamo il suo sacrificio”. Metsola ha poi aggiunto “Il Premio Sakharov è un tributo a tutte le donne e uomini coraggiosi che nonostante la repressione continuano a lottare per un cambiamento”. “Non siete sole, siamo con voi“.

Tornando al nostro ballerino, registriamo la sconfitta del regime che, sull’onda delle proteste, ha dovuto rilasciarlo nonché riaprire il suo profilo social.