30 giugno 2026
In Sudafrica è in corso una caccia agli immigrati. Esatto, nel paese simbolo della lotta al razzismo, diversi movimenti anti-immigrazione stanno guidando proteste violente, fatte di irruzioni nelle case e nei negozi, controlli dei documenti per strada e pestaggi, al punto che ci sono stati anche dei morti e migliaia di persone hanno già iniziato a lasciare il paese. E proprio qui emerge un paradosso, perché questi movimenti giurano di non fare politica, e la stessa leader del più discusso di questi gruppi, March and March, ha dichiarato di non avere alcun desiderio di entrarci. Eppure a novembre il Sudafrica va al voto, e proprio l’immigrazione è diventato il tema centrale della campagna. Per questo motivo diversi partiti si sono fatti avanti per cavalcare quella rabbia, uno su tutti l’MK, nato da una costola del partito di Mandela, proprio quello che l’apartheid l’aveva combattuto, e che adesso costruisce la sua campagna sulla rabbia contro gli stranieri. Il punto sta proprio qui: che un movimento che si dichiara apolitico, per un partito, vale più di qualsiasi alleato, perché sembra spontaneo, sembra la gente vera, e porta voti che paiono sinceri. E forse è proprio questo il meccanismo da capire, perché non sono più i partiti a darci le idee, ma è chi sa riconoscere una rabbia che esiste già a prendersela. In Sudafrica, oggi, tutto questo è sotto gli occhi di tutti. Ma a pensarci bene, e a guardarsi intorno, è una tensione che riguarda anche noi molto da vicino.
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