Mattia, 23 anni: continua il dramma dei suicidi in carcere

Continua il dramma dei suicidi in carcere. Mattia Concetti era detenuto per per reati contro il patrimonio nel carcere di Ancona. Si trovava momentaneamente in isolamento per una protesta contro le condizioni carcerarie, e gli restavano 8 mesi da scontare. Affetto da bipolarismo, in passato era stato in una comunità terapeutica. Le ultime parole al colloquio con il figlio, riportate dalla madre Roberta, sono state: «mamma non mi lasciare, se mi portano di nuovo laggiù io mi impicco».

La chiamata della madre di Mattia a Ilaria Cucchi

La morte del ragazzo era dunque stata annunciata, tanto che il 5 gennaio la madre ha contattato telefonicamente la senatrice Ilaria Cucchi, la quale è poi stata informata del tragico epilogo alle 20 del giorno stesso. Durante la chiamata, la madre Roberta racconta che il figlio, malato psichiatrico, era tenuto in isolamento senza le cure necessarie. «Fino all’ultimo ha continuato a urlare che si sarebbe ammazzato. E quando l’agente l’ha portato via Matteo gliel’ha ridetto: “Se torno giù mi ammazzo”». La famiglia ha già presentato denuncia, e la Procura è ora incaricata di stabilire se tutto questo poteva essere evitato.

Cucchi, in una lettera si è rivolta al sottosegretario di Stato per la Giustizia Del Mastro: «Era un malato psichiatrico con tanto di amministratore di sostegno, caro sottosegretario, le interessa tutto questo? Si sente in colpa come titolare delle funzioni istituzionali che riveste o quantomeno come uomo? Onestamente non credo. Io porto il peso di questa immane tragedia».

Carcere italiano e suicidi: alienazione e mancanza di prospettive

La situazione carceraria in Italia si discosta nettamente dalla funzione rieducativa e di reinserimento nella società che gli istituti dovrebbero garantire. In un contesto disumano, quali strumenti vengono offerti ai detenuti per riabilitare le proprie capacità relazionali ed empatiche?

Secondo l’Eurostat le celle italiane sono al quinto posto in UE per sovraffollamento: piene in media al 110%. L’ambiente alienante e inadatto ad arginare di dinamiche violente, in spazi angusti e costantemente affollati, alimenta ulteriormente la difficoltà dei detenuti a sviluppare un’attitudine sana nelle relazioni interpersonali.

L’allarme suicidi resta inascoltato

L’analisi dei dati sui suicidi nelle carceri italiane offre una prospettiva allarmante: secondo il dossier Morire di carcere di Centro Studi di Ristretti Orizzonti, nel 2023 sono morte in carcere 155 persone, di cui 68 per suicidio. L’anno precedente mostrava un panorama ancora peggiore, con 85 persone morte in cella togliendosi la vita. Come mostra lo studio Per un’analisi dei suicidi negli Istituti penitenziari del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà, di tanti di loro si conoscevano già le condizioni di vulnerabilità: 28 avevano già sperimentato tentativi di suicidio, 24 erano sottoposti al regime di “grande sorveglianza”, e 20 senza fissa dimora. Lo Stato dunque, non è stato in grado di attivare strumenti di prevenzione nonostante i campanelli d’allarme, rimasti sistematicamente inascoltati.

In numerosi casi, di fronte alla condanna, la reazione dei detenuti è stata quasi immediata: 50 persone si sono suicidate nei primi sei mesi di detenzione, 21 nei primi tre, 5 entro i primi 10 giorni, 10 entro le prime 24 ore. Ma la posizione giuridica e la permanenza in un ambiente estraniante e degradato non rappresentano le uniche cause alla base dei gesti estremi. Nella quasi metà dei casi, la pena residua sarebbe stata inferiore ai tre anni. A Matteo restavano da scontare 8 mesi.

La mancanza di strumenti di prevenzione

Oltre alla prevezione, manca dunque la capacità di offrire a coloro che entrano nel circuito detentivo una prospettiva di vita futura: gli anni di carcere rischiano altrimenti di essere una parentesi vuota, fonte di stigma e del senso di inadeguatezza che si alimenta al confronto con un mondo esterno ormai estraneo e indecifrabile.

Questo episodio, che inaugura l’insostenibile filone dei suicidi in carcere per il 2024, è lo specchio di una realtà che già da anni è sotto i riflettori. Il sistema carcerario italiano, secondo l’articolo 27 della Costituzione, dovrebbe escludere «trattamenti contrari al senso di umanità» e rappresentare uno spazio in cui le pene «devono tendere alla rieducazione del condannato». Il Garante dei diritti delle persone private della libertà ricorda che «la vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera» e che molte volte le vittime non dispongono degli «strumenti di comprensione del senso del loro essere in carcere e delle possibilità che l’ordinamento prevede».

Episodi come questo dimostrano la necessità di nuove figure professionali di supporto e mediazione sociale all’interno degli istituti, che consentano il reinserimento dei detenuti nel tessuto sociale esterno alla realtà carceraria nella quale sono privati della libertà. Ma non solo: nel caso di Mattia, come in troppi altri, il grido d’aiuto già palesato è stato riassorbito dal silenzio delle istituzioni. E il collasso del sistema carcerario non può trascinare con sé anche le vite di coloro che vengono affidati agli istituti detentivi nella speranza di poter offrire loro un futuro diverso, se non migliore.