L’ozio non è tempo sprecato: ci serve per ricaricarci

Origine ed evoluzione del significato del temine ”Ozio”

Il termine “ozio”, in genere, si utilizza per identificare un periodo per più o meno lungo di astensione delle occupazioni lavorative o, più abitualmente, per indentificare individui pigri o indolenti. In teologia morale, il termine assume connotati fortemente negativi indicando la tendenza alla omissione dei propri doveri, comportamento tanto più grave quanto più è alto il valore etico di ciò che viene trascurato.

Presso gli antichi romani con “otium” si identificava il tempo libero dai “negotia” – le occupazioni della vita politica e gli affari pubblici – dedicato alle cure domestiche e della proprietà, oppure agli studi. Per i nostri progenitori, ozio e negozio indicavano comportamenti antitetici tra di loro; negotium è la negazione dell’otium non-ozio.

L’uomo libero, il civis romanus, doveva dedicarsi alle attività dello spirito, mentre il negotium, perlopiù affidato agli schiavi, identificava l’attività pratica.

Ai giorni nostri il significato dei due temini appare sostanzialmente rovesciato rispetto all’uso che se ne faceva nell’antica Roma dando luogo a ciò che si definisce uno “scivolamento di significato”.

L’ozio, nella accezione odierna, è considerato “il padre dei vizi”, non certo “delle virtù” e l’ozioso viene bollato come un perditempo. È entrata nel linguaggio comune la frase “Faccio cose, vedo gente, pronunciata da Michele nel film di Nanni Moretti “Ecce Bombo” per indicare il fallimento di una generazione che non lavora non studia e trascorre le proprie giornate oziando i progenitori degli attuali Neet (Not in Education, Employment or Training) o degli “sdraiati”.

L’ozio ha una connotazione positiva?

Difficile quindi associare connotati positivi al temine ozio, ma siamo così sicuri che l’ozio non abbia anche dei connotati positivi?

La maggior parte delle persone evitano l’ozio per una sorta di senso di colpa che non trova riscontro solo nell’etica morale cristiana, che lo identifica come una mancanza morale, ma soprattutto perché abbiamo imparato a monetizzare il nostro tempo. Il “tempo è denaro”, e secondo questa logica non esiste momento del nostro vivere quotidiano in cui non percepiamo questa sensazione.  Se il “tempo libero” ci fa sentire in colpa uno dei rischi cui andiamo incontro nel momento in cui lo viviamo è il rischio di annoiarci. Restare soli in compagnia dei propri pensieri ci fa paura e spesso il tempo libero viene trasformato in una specie di secondo lavoro.

Eppure, il “dolce far niente” ci farebbe bene. Annoiarsi un po’ lasciando che i nostri pensieri vaghino liberamente è un toccasana e può aiutarci migliorare la nostra creatività e la nostra capacità di risoluzione dei problemi. Del resto, è solo attraverso la noia e la pausa dal quotidiano che troviamo la forza rigenerativa per riprendere la nostra attività.

Facciamo pratica

Anche se non esistono studi precisi in merito, sospetto che il “far niente”, se fatto bene, ci renda più felici. Se ciò è vero quali sono i passi da intraprendere per superare il senso di colpa e rendere piacevole il periodo di ozio?

Gli “habits”, le abitudini necessitano di pratica prima di diventare una sorta di automatismo. Non nasciamo “Guru”, ma, con pazienza, possiamo cominciare a prenderci, di giorno in giorno, una quota sempre maggiore di tempo per noi stessi staccandoci dal mondo. Buona norma è scollegare i dispositivi tecnologici che utilizziamo come prolungamento del nostro cervello e mettiamoci in modalità “off-line”.

Durante una vacanza è utile tenere un comportamento come quello suggerito all’interno della Art Theory” (ART) – dello psicologo dell’università del MICHIGAN Stephen Kaplan – la “soft fascination”. Uno stato raggiungibile camminando nella natura o osservando le onde che ci permette svolgere attività che attraggono la nostra attenzione lasciandoci la possibilità di vagare con il pensiero.

Un’altra pratica molto utile è quella di eliminare le complicazioni, una sorta di “rasoio di Occam” delle attività, evitando di moltiplicare più del necessario le attività, lasciando da parte la paura di perdersi per strada qualcosa di importante.

Non ci resta che chiudere con la frase “non fare nulla è un lavoro terribilmente duro”, come dice Algernon in “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, di Oscar Wilde.