giornalisti uccisi raid

Ieri altri tre giornalisti palestinesi sono stati uccisi da raid israeliani

In copertina Wael Dahdouh, capo dell’ufficio di Al Jazeera a Gaza e padre di una delle tre vittime, sopravvissuto anche alla morte della moglie e di altri due figli

Secondo i dati forniti dal Committee to protect journalist, organizzazione indipendente nata nel 1981 a New York per la difesa della libertà di stampa e dei diritti dei giornalisti in tutto il mondo, 79 giornalisti e operatori hanno perso la vita durante il conflitto Israelo-Palestinese. Di questi, 72 erano palestinesi, 4 israeliani e 3 libanesi. I caduti accertati documentavano l’escalation del decennale conflitto in atto dal 7 ottobre, che ha prodotto un totale di 23.000 vittime palestinesi nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e Israele. Altri 16 operatori del sistema dell’informazione sono stati feriti e di 3 sono state perse le tracce. 21 di loro sono in stato d’arresto.

Il raid del 7 gennaio, uccisi dai bombardamenti

A tre mesi di distanza dall’inizio dell’escalation, le vite perse di altri tre giornalisti palestinesi si sommano alla scia di sangue di chi la guerra la vive e racconta: Mustafa Abu ThrayaHamza Wael Dahdouh lavoravano per Al Jazeera, media in lingua araba con sede in Qatar che ha commentato: Israele viola i principi della libertà di stampa”. Ali Salem Abu Ajwa, la terza vittima, era secondo il Times of Israel nipote di Ahmed Yassin, fondatore di Hamas a Gaza nel 1987.

“Si tratta del più alto numero di vittime dei media in un conflitto in un periodo di tempo così breve”

Ong Press Embleme Campaign

La condizione dei giornalisti in territori di guerra

Il gilet blu riportante la scritta “press” non ha potuto nulla di fronte alla portata distruttiva dei bombardamenti che hanno come obiettivo il territorio palestinese. Anzi, ci si domanda invece se l’identificazione visiva e immediata dei giornalisti non metta ulteriormente a rischio la loro incolumità: l’ong Press Embleme Campaign ha dichiarato in una nota del 3 gennaio che “sebbene sia difficile verificare se i giornalisti siano stati presi di mira intenzionalmente, l’esercito israeliano ha sistematicamente distrutto i media palestinesi a Gaza bombardando i loro uffici e le loro strutture”. Anche la ong Committee to protect journalist ha espresso la sua preoccupazione per un apparente schema di attacchi ai giornalisti e alle loro famiglie da parte dell’esercito israeliano”. Il numero di professionisti uccisi, secondo il Segretario della Federazione Internazionale dei Giornalisti Anthony Bellanger, non ha precedenti nella lunga trafila di conflitti internazionali.

“Possiedo l’attrezzatura per la stampa, il gilet e il caschetto, ma questo non mi protegge. Non esiste un luogo dove lavorare al riparo dagli attacchi, nemmeno dove sedersi e fare i servizi. Io cerco di seguire tutto ciò che accade, ovunque. Tutti i miei sforzi si concentrano sul documentare i crimini che gli israeliani stanno commettendo contro i civili a Gaza. Domani? Non so cosa mi accadrà”

Mohammed Al-Aloul, cameraman e fotoreporter 36enne nato e cresciuto nella Striscia di Gaza intervistato dal Fatto Quotidiano

Secondo le Convenzioni di Ginevra del 1949, che regolamentano il diritto internazionale umanitario in situazioni belligeranti, i giornalisti attivi in zone di guerra devono essere considerati civili, non riconosciuti come obiettivi militari. A tutti gli effetti, i giornalisti della Striscia devono sopravvivere insieme alle proprie famiglie, e trovare il modo di inviare il materiale giornalistico nonostante la mancanza di energia elettrica e connessione internet.