Cop28 di Dubai: raggiunto l’accordo sul documento finale

Cop28 di Dubai: raggiunto l’accordo sul documento finale 

La Cop 28 di Dubai, 28ª conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, si è ufficialmente chiusa dopo una notte di intense trattative. In due precedenti articoli avevamo già dato conto dei risultati raggiunti e delle polemiche suscitate dalle dichiarazioni di Al Jaber, Presidente del Summit. A poche ore dalla chiusura della Conferenza, diamo conto della stesura del testo finale, in particolare, rispetto ai punti riguardanti gli impegni sulla decarbonizzazione.

 

Cop28 di Dubai: la cronistoria di un travagliato accordo

 

La mediazione sul testo finale: dal “Phase out” al “Transitioning away

Il documento finale – “First global stocktake” – è stato approvato dai 198 delegati. Il travagliato accordo è stato raggiunto sulla bozza finale presentata e discussa in extremis nella giornata di ieri.

Il punto chiave dell’accordo ruota attorno all’uso del temine “Transitioning away from fossil fuels” ovvero transitare fuori dai combustibili fossili” entro il 2050, accelerando “l’azione in questo decennio critico“. Non compare, invece, il termine “phase-out“, che chiedeva l’eliminazione graduale dei combustibili fossili.

Tra le altre azioni indicate è confermata la richiesta di “triplicare la capacità di energia rinnovabile a livello globale e raddoppiare la media globale del tasso annuo di efficienza energetica entro il 2030”.

Il testo di 21 pagine, al punto 28 “riconosce la necessità di riduzioni profonde, rapide e durature delle emissioni di gas serra in linea con il percorso dell’1,5 gradi”. Inoltre, “invita le parti a contribuire agli sforzi globali, secondo modalità determinate a livello nazionale, tenendo conto dell’accordo di Parigi“.

 

L’esultanza del presidente Al Jaber

Il presidente del Summit, Sultan Al Jaber ha dichiarato che si tratta di “un’intesa storica“, rilevando che quello raggiunto è stato il suo obiettivo dall’inizio dei lavori. Nel presentare la sua proposta di mediazione ai delegati, Al Jaber, aveva dichiarato “Questa è la mia proposta, ora fate voi, la mia porta è aperta“. Sono seguite ore di febbrili consultazioni e di intensa attività di mediazione che hanno portato all’accordo finale.

Dopo l’approvazione, Al Jaber ha dichiarato: “È un piano guidato dalla scienza; un pacchetto migliorato, equilibrato ma, non fraintendetemi, storico, per accelerare l’azione sul clima“. Il Presidente ha poi aggiunto “è un obiettivo frutto della collaborazione di tutti e che coinvolge tutti. Le future generazioni vi ringrazieranno”.

 

 

Cop28: dall’intransigenza dell’Opec alla mediazione di Guterres

Ma come si è giunti a questa mediazione?

 L’inizio: la posizione intransigente dell’Opec  

Pochi giorni fa, l’Opec, l’organizzazione che raggruppa 13 Paesi produttori di petrolio, tra i principali responsabili della crisi climatica, aveva gelato le aspettative dei più. Preso atto di una bozza del testo finale con riferimenti all’eliminazione delle fonti fossili (phase-out), l’Opec aveva invitato gli stati petroliferi a rifiutare qualsiasi accordo che avesse come riferimento “l’energia più che le emissioni”.

 

La proposta di mediazione del presidente del Summit

Il Presidente del Summit, Al Jaber, ha quindi presentato una contro-proposta di mediazione che cercava di ridurre le distanze tra i Paesi produttori di petrolio e gli oltre 101 Paesi schierati a favore di un un’eliminazione graduale dei combustibili fossili. Questi ultimi – piccole isole e Paesi poveri, sostenuti dagli Usa e dalla Ue – si erano schierati a favore di “un’eliminazione graduale” (phase-out), mentre altri richiedevano una “riduzione graduale” (phase-down).

È in questo contesto che ha dovuto lavorare il Presidente del Summit per cercare un’intesa a tutti i costi poiché aveva dichiarato che “Il fallimento non è un’opzione“.

 

La strenua difesa delle piccole Isole Stato per scongiurare la propria scomparsa

La Ue, unitamente ai rappresentanti dell’Alleanza delle piccole isole-Stato (Aosis), hanno quindi predisposto un’altra bozza “corretta” del testo finale, da sottoporre alla Presidenza.

John Silk, ministro delle Risorse naturali della Repubblica delle Isole Marshall ha dichiarato: “non siamo qui per firmare la nostra condanna a morte”. Ha poi aggiunto: “Siamo venuti qui per lottare per +1,5 gradi e per l’unico modo per realizzarlo è l’uscita dei combustibili fossili“.

A sostegno di questi piccoli Stati insulari sono interventi un gruppo di Paesi, tra cui Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Giappone dichiarando che non sarebbero stati co-firmatari del loro “certificato di morte“.

Anche gli attivisti contro il cambiamento climatico si sono associati a questo coro di proteste definendo la bozza di accordo in circolazione “gravemente insufficiente” oltre che “incoerente“.

 

L’estremo tentativo di mediazione del Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres

Nell’estremo tentavo di salvare il salvabile, il Segretario Generale dell’Onu ha esortato tutti i Paesi a trovare un accordo. “Siamo in una corsa contro il tempo; il nostro pianeta si trova a pochi minuti dalla mezzanotte per il limite di 1,5 gradi”.

Nel suo accorato appello, Guterres ha poi ricordato i tre pilastri che reggono il “Global Stocktake “:

  • offrire un piano chiaro per triplicare le energie rinnovabili,
  • raddoppiare l’efficienza energetica
  • e concentrarsi unicamente sull’affrontare la causa principale della crisi climatica: la produzione e il consumo di combustibili fossili.

Guterres ha poi aggiunto che la decarbonizzazione creerà milioni di nuovi posti di lavoro dignitosi, ma i governi devono anche garantire sostegno, formazione e protezione sociale per coloro che potrebbero subire impatti negativi. Allo stesso tempo, occorre affrontare anche le esigenze dei paesi in via di sviluppo fortemente dipendenti dalla produzione di combustibili fossili.

 

Si è così giunti nella nottata di ieri alla mediazione finale che ha consentito la ricomposizione delle scontro e l’approvazione finale del documento.