CNR-IRSA e Greenpeace – PFAS e pasta, bollire l’acqua non basta!

PFAS e pasta, bollire l’acqua non basta, non è un gioco di parole, ma la triste realtà che emerge da una indagine condotta da Greenpeace e CNR-IRSA (Istituto di Ricerca sulle Acque).

L’indagine mostra un altro inquietante aspetto dei PFAS: non basta bollire l’acqua per eliminare i PFAS, anche gli alimenti cotti in acqua contaminata diventano a loro volta fonte di questi pericolosi inquinanti.

I ricercatori del CNR-IRSA hanno lessato porzioni di pasta, ma anche riso, carote, patate e manzo in acqua contaminata da PFAS per comprendere l’impatto degli inquinanti sugli alimenti.  Il risultato è che, se cotti in acqua contaminata, questi cibi assorbono gli inquinanti.

Prima di illustrare i dettagli della ricerca CNR-IRSA, vediamo cosa sono i PFAS.

 

Cosa sono i PFAS

I PFAS sono un ampio gruppo di sostanze chimiche di sintesi (oltre 10 mila), prodotte dalle industrie, associate a numerose patologie, anche gravi, tra cui alcune forme tumorali. Stante la loro pericolosità, alcuni Stati in Europa hanno deciso di chiederne la messa al bando.

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) vengono tuttora prodotte e utilizzate per rendere i nostri beni quotidiani resistenti all’acqua, al fuoco e alle alte temperature. Venendo prodotte, queste sostanze finiscono nell’ambiente ed entrano nelle nostre case attraverso le falde contaminate, i terreni contaminati e l’aria contaminata.

Da dicembre 2020 i PFAS sono inclusi nella direttiva europea per la qualità delle acque potabili, con un limite indicato di 100 nanogrammi per litro.

La presenza di acque contaminate da PFAS è stata recentemente rilevata in alcuni comuni della Lombardia, come emerso anche dal rapporto “PFAS e acque potabili in Lombardia, i campionamenti di Greenpeace Italia”. Abbiamo dato conto dei risultati di questo studio in un nostro articolo.

Precedenti ricerche avevano rilevato la presenza di PFAS nelle acque di diversi comuni del Veneto e del Piemonte.

La ricerca condotta da CNR-IRSA

Veniamo ora alla ricerca condotta da CNR-IRSA.

Lo scopo della studio è analizzare gli effetti della cottura di pasta, riso, carote, patate e manzo in acqua contaminata da PFAS. L’acqua utilizzata per le cotture proviene  da un pozzo situato a Lonigo (Vicenza). Si tratta della zona a maggiore impatto di contaminazione da PFAS  della regione Veneto (zona rossa’).

Come anticipato, la ricerca ha evidenziato che la presenza di PFAS aumenta con la cottura. I risultati delle analisi ci dicono, infatti, che gli alimenti cotti in acqua contaminata da PFAS possono diventare a loro volta una fonte di questi pericolosi inquinanti.

La presenza di PFAS negli alimenti cotti in acqua contaminata può essere decine di volte superiore rispetto agli alimenti crudi. Quindi il luogo comune, “bollire l’acqua riduce la presenza di inquinanti”, è sfatato! Per via dell’evaporazione, infatti, la concentrazione di PFAS nell’acqua di cottura aumenta al crescere del tempo di ebollizione.

Le indagini rivelano anche che la presenza di PFAS nei cibi cotti varia in base al tipo di alimento: la pasta e il riso, che assorbono più acqua durante la cottura, mostrano i livelli più elevati di inquinanti, seguiti nell’ordine da patata, carota e manzo.

Sara Valsecchi, ricercatrice del CNR- IRSA, ha tenuto a precisare che i dati diffusi dalla ricerca necessitino di ulteriori conferme. Tuttavia, ha aggiunto che gli stessi dati indicano che “la cottura di alimenti in acqua contaminata possa diventare una fonte rilevante di PFAS nella dieta umana”.

PFAS, un problema sottostimato

I risultati di questa ricerca, se ulteriormente confermati, evidenziano che l’esposizione ai PFAS è stata finora sottostimata.  Molte persone in Lombardia, Veneto, Lombardia e Piemonte possono essere esposte a contaminazione anche attraverso la cottura dei cibi.

Occorrono interventi efficaci, non più rinviabili, da parte delle autorità per giungere finalmnete al divieto dell’uso e della produzione di queste pericolose sostanze.