donna che vola sulla bici

A lezione di bicicletta, così le donne straniere volano verso la libertà

A lezione di bicicletta, così le donne straniere volano verso la libertà

A lezione di bicicletta, così le donne straniere residenti in Emilia Romagna volano verso la libertà. In otto Comuni della provincia di Modena, l’Unione Terre di Castelli, le donne straniere possono seguire un corso per imparare ad utilizzare la biciletta.

Una banalità? Non proprio, poiché libertà e integrazione passano anche attraverso azioni che a noi possono sembrare piccole e insignificanti. L’Emilia-Romagna è da sempre terra di biciclette e di campioni dei pedali e in queste terre andare in bici è una cosa naturale quasi genetica.

Tuttavia, per chi è donna e arriva da alcuni Paesi, la bicicletta è tabù, un oggetto proibito.

Le donne e la biciletta proibita: una sfida alle barriere culturali

La bicicletta, per molte donne in tutto il mondo, è un simbolo di libertà e autonomia. Questo assume un significato ancora più profondo in paesi come l’Afghanistan, l’Arabia Saudita o l’Iran, o più in generale nel mondo musulmano. In queste aree del mondo alle donne è stato a lungo proibito o fortemente scoraggiato l’uso della bicicletta. In questi contesti, il semplice atto di pedalare diventa un gesto di ribellione contro le norme sociali e una potente affermazione di indipendenza.

In paesi dove la cultura e le leggi limitano severamente la mobilità e la libertà delle donne, la bicicletta emerge come uno strumento di emancipazione. Le donne che osano sfidare queste restrizioni e pedalare per le strade si fanno portatrici di un messaggio di resistenza. Queste donne non solo rivendicano il proprio diritto di muoversi liberamente, ma sfidano anche le convenzioni sociali che cercano di definire il loro ruolo nella società.

Ogni pedalata è una sfida alle barriere culturali e una rivendicazione della propria libertà personale. Questo atto può sembrare semplice, ma in realtà è carico di coraggio e determinazione. Le donne che si avventurano su due ruote in queste società stanno aprendo la strada a un cambiamento culturale, mostrando che le limitazioni imposte su di loro possono essere superate.

La Bicicletta verde” della regista saudita Haifaa Al Mansour: una storia di libertà

Nel 2012, grazie al film “La bicicletta verde”, Al Mansour è diventata la prima regista donna saudita. Il film, in parte autobiografico, racconta di Wadjda una bambina che ama divertirsi usando di nascosto la bicicletta del suo amico Abdullah. I due decidono di sfidarsi tra loro, ma Wadjda non ha una bicicletta. Un giorno sulla strada per la scuola vede una bicicletta verde, nuova, trasportata sul tetto di una macchina. La segue fino ad arrivare nei pressi di un emporio in cui sarà messa in vendita; è allora che si pone l’obiettivo di comprarla.

Anche la registra saudita, da piccola, sfrecciava su una bicicletta verde ma ignorava il fatto che alle bambine saudite fosse proibito.A Wadjda, la protagonista del film, è proibito andare in bicicletta perché «potrebbe perdere la verginità».

In Arabia saudita non c’è necessariamente una norma che proibisca alle donne di guidare o andare in bici. Tuttavia, le restrizioni sono basate sul controllo delle famiglie, che impediscono alle donne ogni attività che potrebbero creare loro dei problemi.

La stessa cosa succede in Iran, dove le donne non possono usare la bicicletta perché vige il divieto di utilizzare l’unico mezzo che tutti potrebbero permettersi. Ma, colmo dell’ipocrisia, una viaggiatrice, se accompagnata da un “guardiano”, può usare il velocipede per gli spostamenti.

Il corso per donne straniere organizzato dagli otto Comuni della provincia di Modena: un successo

È in questo contesto che dobbiamo inquadrare il successo ottenuto dal corso per donne straniere organizzato grazie al supporto di un progetto della Regione Emilia Romagna e realizzato dai Comuni dell’Unione Terre di Castelli.

Per molte donne provenienti da Paesi dove la cultura e le leggi limitano severamente la mobilità, imparare ad andare in bicicletta significa conquistare più autonomia. Significa poter andare a fare la spesa, portare e riprendere i bambini all’asilo e a scuola o recarsi al lavoro senza più dipendere da treni e autobus. Perché, se in famiglia c’è un’automobile, la usa il marito, mentre alle mogli non rimane che l’autobus o il treno per spostarsi.

Grazie al contributo del passaparola, di un capillare volantinaggio e allo sforzo di tante volontarie l’iniziativa ha riscosso un grande successo.  Non poteva mancare il supporto della Fiab – Federazione italiana ambiente e bicicletta – e dei Comuni che hanno tenuto in custodia le bici, recuperate tra quelle abbandonate, e rimesse in funzione grazie a sapienti mani.

Una bella iniziativa di integrazione e libertà in una terra che ha i due pedali nel sangue.